Sorelle e fratelli carissimi,
La liturgia della parola si incentra oggi sulla presentazione che Gesù fa di se stesso come il consacrato dello Spirito.
Secondo la narrazione dell’evangelista Luca Egli ha dichiarato di essere il Messia, l’Unto inviato da Dio, intravisto già dal profeta Isaia più di quattro secoli prima. E proprio questo brano del profeta, commentato da Gesù nella sinagoga di Nazaret e da lui applicato a se stesso, è stato oggi proclamato nella sua forma più estesa come prima lettura.
Nel brano dell’Apocalisse invece, proclamato come seconda lettura, l’autopresentazione di Gesù come l’Unto, il consacrato di Dio (“lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione”) noi troviamo estesa nel suo proprio modo a tutto il popolo di Dio attraverso la sottolineatura della sua prerogativa di popolo regale e sacerdotale.
In che cosa consista il compito messianico di Gesù è riassunto da Lui stesso che citando Isaia dice:
«Mi ha mandato perché i poveri siano evangelizzati, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».
È questa la sua missione: un compito di mediazione dai contenuti ben precisi: donazione di sé, annuncio di liberazione, grazia misericordiosa di Dio. Una mediazione sacerdotale, dunque, che Egli suggellerà con il suo sangue.
E che cosa dice di noi, popolo dei battezzati, l’Apocalisse di Giovanni? Riascoltiamone la solenne proclamazione:
«A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen».
Cari fratelli e sorelle, come non sentirci, ascoltando le parole di questa consolante proclamazione, accolti tutti nell’abbraccio grandiosamente ampio del nostro Cristo Pantocratore? Come non prendere coscienza, con l’umile fierezza di Paolo ai Galati, della “libertà con cui Cristo ci ha liberati” (Gal 5,1): una libertà che fa di noi – diciamolo con la Prima lettera di Pietro (2,9) – “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa”.
Proprio su ciò che il Signore Gesù ha fatto di noi col farci dono della sua morte e risurrezione ci attira la santa liturgia di questa messa crismale.
Abbiamo ascoltato come sintetizza l’autore dell’Apocalisse quest’operato messianico servendosi dell’accostamento di due immagini, quella del regalità e quella del sacerdozio. Meditiamone insieme il senso, fratelli.
Che cos’è la regalità nel nostro immaginario se non l’espressione somma della libertà. È in questo senso che Gesù è Re, il sommamente libero. Ed è in questo stesso senso che noi siamo diventati in Lui un popolo regale: ossia un popolo libero, della libertà, appunto, “che – come dice san Paolo – noi abbiamo in Cristo Gesù” (Gal 2,4). Quando nel linguaggio della nostra fede parliamo di “redenzione” è di questo riscatto che ci fa liberi che intendiamo parlare: che ci fa anzitutto liberi dalla schiavitù del peccato, quale che ne sia la forma e l’aspetto, liberi per vivere in pienezza il comandamento dell’amore, perché solo chi è libero è veramente capace di amare.
Cristo Gesù ha messo la sua regalità nella luce più piena con il suo totale donarsi per amore. In questo senso Egli è Sacerdote; e solo in questo stesso senso noi, insieme con Lui, siamo un popolo sacerdotale. Per questo, cari fratelli e sorelle, dobbiamo sempre ravvivare in noi l’evento sacramentale che “ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre”. Sto parlando del sacramento della Cresima, questo sacramento che a tanti di noi continua ad essere quasi sconosciuto nel suo vero significato.
Sono perciò particolarmente lieto di poter salutare in questo momento tutti i nostri ragazzi e giovani che si preparano a celebrare questo evento di grazia, la loro Cresima. Stamane essi sono rappresentati qui dai gruppi di cresimandi di alcune nostre parrocchie. Sono grato ai loro parroci e ai loro catechisti per questa bella iniziativa che va allargandosi ogni anno di più. Essi sono qui per assistere alla solenne consacrazione del santo crisma da cui tra pochi giorni saranno Unti in Cristo Gesù; ma non sanno che essi, che con la loro presenza e attesa, rinviano tutti noi alla cresima che abbiamo ricevuto, che forse non abbiamo né ben compreso né sufficientemente desiderato e che è invece il sacramento che, nell’intenzione di Cristo che morendo sulla croce ci ha fatto dono del suo Spirito Santo, ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre.
Ma c’è un’altra attenzione che la suggestione della consacrazione degli oli provoca su di noi. L’attenzione su un altro mistero vivente della santa nostra chiesa cattolica. Oggi il vostro vescovo insieme con il Presbiterio dell’Arcidiocesi ricorda ciò che Dio ha fatto di noi nel giorno della nostra Ordinazione sacerdotale. Per la grazia che deriva da essa ciascuno di noi, e tutti insieme, siamo stati chiamati dall’amorevole condiscendenza di Dio a partecipare come ministri all’unico sacerdozio di Cristo. Ci è stato dato, senza alcun nostro merito e diritto, di esercitare una modalità ancor più paradossale della regalità del sacerdozio di Cristo, quella che ha fatto di Lui il servo di tutti fino al dono totale e senza riserve di se stesso per amore al Padre suo e alla Chiesa sua sposa.
Vogliamo ringraziare la Trinità santissima per tanta degnazione e per quanto ha voluto operare fin qui servendosi delle nostre povere persone. Vogliamo implorare la grazia di essere rinnovati tutti, vescovo, presbiteri e diaconi, nello slancio sincero e disinteressato della nostra sequela di Cristo servo per amore. Sappiamo bene che al di fuori del modello che abbiamo in Lui c’è solo spazio per la caricatura del nostro sacerdozio e, Dio non voglia, per il tradimento: ce ne ammoniscono gli esempi di Giuda… di Pietro… dei tanti fuggitivi della storia, pur gloriosa, del sacerdozio ministeriale. Sappiamo bene che il nostro è un vivere pericolosamente; ma sappiamo anche che Dio può riempire di consolazione e gioia la nostra vita e farne, fin d’ora, il lungo giorno della sua festa.
Sto per consegnare ai miei confratelli presbiteri una mia lettera, per il cui tramite desidero rinviarli alla preghiera consecratoria della nostra ordinazione sacerdotale. La accompagno con tanta speranza e tanta trepidazione. Ma soprattutto, li affido a Voi, cari fratelli e sorelle, che siete la vera “lettera di Cristo, scritta – come dice l’Apostolo – non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di cuori umani” (2Cor 2,3): pregate per il vostro Presbiterio, per i “vostri” sacerdoti. Siate docili nello Spirito di Dio alle loro cure pastorali: lasciate che la loro parola vi riconcili con Dio. Comprendeteci e scusateci, quando occorre.
Non voglio tuttavia polarizzare oltre la vostra attenzione sul sacerdozio ministeriale della nostra chiesa. Oggi non solo i sacerdoti ministri ma l’intero popolo di Dio, regale e sacerdotale insieme, deve sentirsi rinnovato dai sacramenti con i quali è stato santificato. E nella nostra Arcidiocesi c’è spazio e doveroso impegno per tutti e per ogni vocazione, laicale o religiosa o ministeriale che sia; per ogni dono personale e per ogni compito specifico di servizio, sebbene sempre nella distinzione di ruoli e doveri. C’è da farsi carico, da parte di tutti, “delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono” (LG Pr.).
Cari fratelli e sorelle, ci avviamo alla festa di Pasqua e certamente, nella forma della fede, sarà festa di tutti. Ma non sarà festa per tutti allo stesso modo. Da qualche anno stiamo vivendo, tutti, sia pure con urgenze diverse, immersi in una condizione di crisi che perdura drammaticamente. È risaputo che i problemi sociali ed economici che il Paese vive nel suo insieme, nella nostra regione presentano aspetti e conseguenze più accentuate, determinando uno stato di disagio che investe in primo luogo le famiglie, “alle quali pertanto – come affermavano i vescovi siciliani nell’ultima sessione della loro Conferenza Episcopale – deve essere prestata particolare attenzione con la promozione di politiche organiche e forti di reale sostegno”.
Io stesso però, salutando l’Assemblea all’inizio di questa santa liturgia, mi sono riferito ad alcune importanti sigle rappresentanti un settore, quello industriale, tradizionalmente non forte nella nostra Sicilia, ma che nel nostro territorio hanno rappresentato realtà di alto valore produttivo e risorsa di lavoro per tante nostre famiglie. Ora anche gli stabilimenti di queste ditte sono attraversate, insieme con la FIAT di Termini Imerese, da una crisi preoccupante, per la quale “la perdita dei posti di lavoro non sembra più un angoscioso timore ma una realtà annunciata”.
E non è certamente ancora tutto. Come ben sappiamo, il nostro territorio ha una preminente vocazione agricola; ebbene, proprio il nostro comparto agricolo sta oggi subendo una delle sue crisi più profonde, dipendenti da cause diverse, certamente, ma oggi principalmente da una globalizzazione mal governata della distribuzione dei prodotti, che emargina le catene tradizionali della commercializzazione e dei consumi a livello locale.
Mi chiedo, cari fratelli e sorelle, se non ci sia un nesso tra questi e gli altri problemi, anche più antichi e tristemente noti e tipici, del nostro territorio e i doveri che incombono su ciascuno di noi sul piano della fede vissuta. Mi chiedo se possa esserci tra noi qualcuno che ritenga di avere il diritto di scrollare le spalle, dicendo: “Non son cose a cui io posso mettere rimedio; ci pensi chi ne ha il compito”? Chi ne ha il compito? Le nostre istituzioni, regionali e locali, quali più quali meno, continuano ad essere afflitte da immobilismo atavico e dalla pesante eredità delle sue vicende storiche, l’uno e l’altra dipendenti, alla base, da insufficiente, quando non del tutto mancata crescita della vera coscienza civica. Non possiamo continuare a pensare che siano sempre degli imprecisati “altri” a dovere miracolisticamente provvedere a tutto. Bisogna che le nostre intelligenze si indirizzino fattivamente alla ricerca del bene comune con passione, inventiva, disponibilità a rischiare, sia per quel che riguarda il servizio in politica che per quel che riguarda una vera cultura del lavoro, della cooperazione, della imprenditorialità. Tutti abbiamo una nostra parte da giocare, piccola o grande, a cominciare dall’adempimento coscienziosamente onesto dei nostri doveri quotidiani.
Cari fratelli e sorelle, i misteri della nostra fede che ancora quest’anno il Signore ci concede di celebrare non dovranno mai rappresentare per noi una consolatoria alienazione dalla concretezza del nostro vivere. Da essi anzi – dalla potenza della croce di Cristo e della sua risurrezione – dobbiamo sapere attingere energia nuova che dia ali, inventiva e coraggio alla nostra speranza. Nessuno si senta escluso dall’impegno di vita che scaturisce dalla nostra fede. Anche per questo siamo Chiesa.
Voglia il Signore sostenere dunque la nostra preghiera e la nostra volontà di partecipazione alla comune fatica del vivere fraterno e sociale. Ad ogni livello. Amen.