L’episodio di cui ci parla la Prima lettura di oggi, che vede Abramo accogliere i tre visitatori alle querce di Mamre, è diventato emblematico del tema dell’ospitalità e della gratuità con cui siamo tenuti anche noi ad accogliere i forestieri e gli stranieri senza pregiudizi e senza riserve. Poco però si considera ciò che per Abramo è di sprone all’esercizio dell’accoglienza e dell’ospitalità, cioè quella grande fede che lo aveva animato sin da quando era uscito dalla sua terra, e adesso, di conseguenza, quella predisposizione innata a vedere il Signore in ogni fratello che chiede ristoro e assistenza provenendo da un lungo viaggio. In effetti è proprio così: nell’ospite che viene a trovarci e nel povero che bussa alla nostra porta, come del resto Gesù stesso ha insegnato nel Vangelo (“Avevo fame e mi avete dato da mangiare”) è Dio stesso che viene ad interpellare la nostra disponibilità di cuore e a saggiare il grado di carità effettiva che mette in rilievo lo spessore della nostra fede; nel povero e nel bisognoso che chiede aiuto e assistenza non possiamo non riscontrare la presenza di Gesù e di conseguenza essere solleciti alla carità e alle opere effettive di accoglienza.
Effettivamente, occorre riconoscere che al giorno d’oggi l’ospitalità concessa a chiunque, il beneficio prestato ai poveri e agli indigenti e il prodigarsi spontaneo verso chi versa in situazioni di necessità sono un esercizio tutt’altro che facile, che richiede sovente non poca prudenza e circospezione. Soprattutto da parte anticlericale e non cattolica, si condannano i conventi e le parrocchie per la loro presunta ostentazione di ipocrisia, non mettendo esse uno dei loro locali a disposizione di qualche indigente, bisognoso o senzatetto; poche volte però si considerano i casi in cui, proprio per esercitare la carità e l’accoglienza, parecchi parroci sono stati citati in giudizio ora per aver accolto inconsapevolmente dei latitanti ricercati dalla polizia, ora per aver favorito senza volerlo qualche cattivo affare, ora per aver agevolato l’immigrazione clandestina. Come pure è capitato che nei conventi o nelle case canoniche siano stati ospitati forestieri che hanno poi dato fastidio alla comunità abusando della benevolenza dei Religiosi, avanzando pretese assurde e compromettendo anche l’andamento della vita religiosa o pastorale o che sia stato poi difficile dimettere una volta che essi si mostravano profittatori più che bisognosi. Esercitare la carità e l’amore a volte corrisponde anche ad essere complici di atti turpi e repellenti, come nel caso (quando da seminarista lavoravo alla caritas) di quel falso bisognoso che frequentava la mensa dei poveri per spacciare ivi la droga o di quell’altro che fece sparire una macchina da scrivere. Se da una parte va indiscutibilmente esercitato l’amore e l’accoglienza attiva nei confronti dei forestieri e degli immigrati, dall’altra non va omessa attenzione e circospezione perché non è possibile accogliere chiunque, in ogni caso e incondizionatamente.
Il valore della solidarietà e dell’accoglienza
– 18 luglio 2010Postato in: Liturgia