LA FRANCIA AL TEMPO DI SANTA FARA
Nella seconda metà del VI secolo, il regno dei Franchi, agitato da feroci lotte dinastiche, perse, per un certo periodo, la sua unità politica. Il regno, suddiviso in: Neustria, Austrasia, Borgogna e Aquitania, ritrovò l’unità sotto il regno di Clotario II (613-629). Si trattò di un periodo di decadenza per la monarchia franca. Suo figlio Dagoberto lasciò nel popolo il ricordo di esser stato il “re buono”, dovendo forse tale fama alla capacità dei suoi consiglieri. Alla sua morte il regno si divise ancora e si ebbe un periodo in cui (il periodo dei re fannulloni o rois fainéants 640-741 d.C.) si fece sempre più forte l’autorità dei “maestri di palazzo”, capi dell’aristocrazia di corte.La debolezza del ceto aristocratico rendeva difficile la resistenza agli Arabi, che avevano già conquistato la Spagna.
La famiglia: In questo quadro storico si innesta la storia della nostra Santa. La sua città natale, Pipimisicum (l’attuale Poincy, secondo quanto riportato dal cronista Giona di Bobbio), a cinque chilometri da Meaux, apparteneva al regno di Austrasia, governato allora da Teodeberto II. Il padre di Fara, Cagnerico era un conte che godeva della protezione del re. La sua fede era quella tipica dei barbari convertiti in quei tempi alla fede in Cristo. Sua moglie Leodegonda, invece, pare fosse dotata di un più robusto spirito cristiano. Egli aveva quattro figli: Cagnoaldo, Farone, Fara (o Burgundofara) e Agnetrude. Alcune fonti riportano un ulteriore fratello, chiamato Agnulfo. Cagnoaldo era un religioso al seguito di San Colombano e Farone fu, poi, vescovo della diocesi di Meaux.
L’incontro profetico con San Colombano: Nell’anno 610, San Colombano, fondatore di Luxeil, scacciato dal suo monastero dalla regina Brunehaut, si recò in Austrasia presso il re Teodeberto II e si fermò a Meaux nella villa di Pipimisicum presso il leudo Cagnerico (le fonti attribuiscono ai leudi il rango di compagni, fedeli ai re Merovingi. Ci sentiamo allora di poter affiancare compagni al latino comites, e dunque, diremmo oggi, conti).
Qui l’Abate fu accolto, dal padre di Fara, con la più cordiale ospitalità. Va precisato che il fratello di Fara, Cagnoaldo, accompagnava in quel viaggio Colombano. Così la piccola conobbe San Colombano. Un giorno andò da lui recando in mano spighe di grano raccolte di fresco e fuori di stagione, come riportato anche da Padre Carcat . Colombano la fissò compiaciuto e, leggendo bene tale segno, le rivolse queste parole: “Mia cara bambina, tu hai scelto la miglior parte; il grano sarà per te”. Poi soggiunse: “Il frumento rappresenta nostro Signore Gesù Cristo, che è stato gettato nel mondo come chicco di grano, e che, dopo essere stato triturato e macinato dai dolori della passione, ha reso per nostra salvezza dei frutti ammirabili ai quali voi avete partecipato già col Battesimo, ma che riceverete con maggiore abbondanza, se corrisponderete al Suo amore per voi”. Gli rispose allora la giovane contessa Fara: “Indicatemi, Padre mio, vi prego, il luogo dove troverò questo Divino Maestro, affinché possa servirlo”, per poi concludere: “è lui forse che si mostra qualche volta a me di notte, talora sotto forma di fanciullo d’una radiosa bellezza che mi fa dei sorrisi amabilissimi, talora sotto quella di un uomo pieno di maestà, ma lacerato da colpi di frusta, coronato di spine, inchiodato a una croce, e accompagnato dalla Santa Madre; talvolta ancora risplendente di gloria e tutto circondato di luce?”. San Colombano non poté far altro che ammirare le meraviglie della grazia presenti nella piccola consigliandole di meditare spesso la Passione di Gesù Cristo.
Andando via, nel benedire la famiglia, trasse in disparte Farone e Burgundofara, consacrandoli entrambi al Signore, manifestando il suo spirito profetico. Non avrebbe più visto quella casa ospitale, ma nella fanciulla, che aveva benedetta, lasciava il suo spirito.
San Colombano (540-615)
Era un monaco irlandese che aveva scelto la via del pellegrinaggio per assecondare la chiamata ricevuta. A trent’anni lasciò il monastero di Bangor e, presi con sé dodici compagni, attraversò l’Inghilterra e raggiunse la Francia finché la sua fama pervenne addirittura al re Sigisberto d’Austrasia, da cui ottenne un fondo per la costruzione del suo primo monastero. Per qualche tempo si spostò in Borgogna, da cui dovette poi allontanarsi per attriti con il re Thierry. Raggiunse Parigi, liberò un ossesso e andò a Meaux; durante tale viaggio si verificò l’episodio delle spighe appena riportato. Secondo il costume irlandese governava i monaci secondo un codice tramandato oralmente, tuttavia egli redasse i capitoli di una Regola, la quale si caratterizzava per la tendenza al rigorismo ascetico, ispirato ai Padri d’Oriente, poi superato da Benedetto. Le sue linee principali si rintracciano nel capitolo intitolato Della perfezione del monaco, di cui ci limitiamo a riportare alcuni punti e qualche brano scritto proprio da Colombano:
Il Monastero è guidato da un solo padre.
Virtù da perseguire: umiltà, pazienza, silenzio, mansuetudine. Obbedienza.
Nutrimento semplice e consumato di sera, allo scopo di non apportare la sazietà e l’ubriachezza e di sostenere, non di nuocere. Si trattava di erbe, legumi, farina miscelata con acqua e un pane cotto due volte, specie di biscotto detto paximatio. Il pesce era ammesso in certe circostanze. La bibita adoperata era la cervogia, una specie di birra di origine nordica. Il latte, stando a certe fonti, non era consumato abitualmente.
Da una predica di Colombano: “Che cosa ti appartiene di più della tua anima? Non perderla, dunque, per il nulla. Non perdere di vista la cose eterne per quelle che sono passeggere. Il mondo intero è estraneo a te, a te che sei nato nudo e che sarai seppellito nudo […] Pensa dunque alla morte, che mette fine ai piaceri del mondo, e vedi dove vanno a finire i godimenti dei ricchi. Che cosa c’è di più degno delle lacrime che questa condizione, che cosa di più infelice di questa miseria?”.
Proprio nell’anno 610 egli predisse al re Clotario che non più tardi di tre anni agli avrebbe posseduto i regni dei due cugini Teodeberto e Thierry. Nel 613 infatti si avverò la profezia. Fredegario ci ricorda il re Clotario con la seguente definizione: “paziente, letterato, timoroso di Dio, gran benefattore delle chiese e dei preti, caritatevole con i poveri e buono e dolce verso tutti”.
Affidò i figli d’Oltralpe ad Eustasio, degno successore, che incontrò il favore di Clotario. Morì il 23 Novembre del 615 a Bobbio, nella vallata del fiume Trebbia, dove si trova una strada intitolata, ancora oggi, a Santa Fara.
Secondo quanto riportato da Giona “Eustasio fu subito così amato da tutti, che nessuno di quelli che avevano ricevuto gli insegnamenti di Colombano, si lamentava più di averlo perduto, tanto si ritrovava nel discepolo la dottrina del maestro“.
Fara lesse senz’altro le lettere di San Girolamo che scrive sulla velatio, il matrimonio mistico con Cristo delle giovani donne nel momento in cui viene loro imposto il velo sacro. E senza dubbio dovette conoscer bene l’esempio di Santa Genoveffa e Santa Celina di Meaux, compagna della prima.
La vocazione e le vessazioni paterne: Dopo la morte di Colombano, la formazione religiosa di Fara fu curata da Eustasio, suo discepolo. Contro la volontà di suo padre, che aveva organizzato per Fara un matrimonio finalizzato alla promozione sociale della famiglia, la ragazza manifestò la sua intenzione di diventare sposa di Cristo.
Iniziò un periodo di vessazioni e sofferenze: Burgundofara versò tante lacrime da perderne la vista. “Preferisco perdere la vista, che la libertà di consacrarmi a Dio” . Fu rinchiusa in casa e colpita, oltre che dal male agli occhi, anche da febbri fortissime, che spingevano a temere per la sua sopravvivenza. Le parole di Fara furono riferite al padre Cagnerico che non voleva più vederla; persino le ancelle la abbandonarono a se stessa, privandola di ogni compagnia.
A questo periodo risale un sogno profetico nel quale vide avvicinarsi al suo letto un religioso che le rendeva la vista. Poi scorse un gran numero di suore, precedute da Cristo, che le ordinava di presiedere a quelle sante vergini e di andare in un monastero costruito dallo stesso suo padre.
Capitò allora che Sant’Eustasio, successore di Colombano a Luxeil, si trovasse a far visita presso il leudo Cagnerico a Pipimisicum, arrivando a scoprire in quali condizioni versasse Fara, quasi sicuramente tramite Cagnoaldo, suo fratello monaco. Rimproverò il leudo per la sua condotta e si fece condurre da lei, interrompendo il suo stato d’isolamento. Giunto alla presenza della malata, si mostrò disposto a cancellare il voto della giovane, ottenendo, però, in risposta, il sussulto della giovane: mai si sarebbe lasciata piegare a “cambiare i beni del cielo con quelli della terra” . A quel punto Eustasio si prostrò per terra in preghiera e le segnò gli occhi con la croce. Avvenne il
miracolo: Fara riacquistò la vista.
A seguito di tali eventi Cagnerico si impegnò a lasciare libera Fara nei suoi propositi. Prima che Fara fosse guarita miracolosamente, il padre avrebbe detto, addirittura: “Volesse il cielo che Ella ritornasse in salute e potesse in tal modo votarsi al servizio divino! non mi opporrei a tali voti!” . Ma ben presto dimenticò le sue promesse, tornando ai propri propositi di costringere la figlia al matrimonio. Addirittura egli affrettò i preparativi per mandare la giovane dal suo fidanzato. Fara, allora, fuggì di casa durante una notte. Si diresse verso il ponte di Trilport e si rifugiò nella chiesa di s. Pietro Apostolo. Cagnerico mandò i soldati a cercarla per riportarla a casa, viva o morta. Essi la trovarono in preghiera nella chiesa. Di fronte alle minacce, Fara replicò: “Voi credete ch’io tema la morte? Fatene la prova su questo pavimento. Io con gioia riceverò la morte, in onore di una tal causa, per Colui che non ha disdegnato di morire per me!” I soldati se ne andarono. Altri servi però andarono poi a prenderla con la forza e la rinchiusero in carcere.
Fara diviene sposa di Cristo : Sei mesi dopo Eustasio fece il suo rientro. Per tutto il tempo Fara si era dedicata assiduamente alla preghiera. Egli attaccò con veemenza Cagnerico rimproverandogli la sua inumana condotta. Gli disse Eustasio: “Io avevo un amico che mi aveva fatto una promessa solenne sulla quale io contavo, ma mi ha ingannato con una grande perfidia. Io ne ho provato un amaro dolore e non posso dimenticare questo oltraggio” . Cagnerico, in risposta: “Voi avete ragione, non vi è niente di più ingiurioso della mancanza di parola, soprattutto a un religioso, che rappresenta nella sua persona Gesù Cristo stesso” . Ottenendo, a sua volta, la seguente, inequivocabile risposta: “Non vi condannate più. voi siete quest’uomo, voi mi avevate promesso di non opporre ulteriore resistenza ai pii desideri di vostra figlia: ecco che avete mancato allo Spirito Santo. Se non riparate a questo peccato, esso non vi sarà perdonato” .
Ottenne il suo ravvedimento e dispose che la funzione di consacrazione di Fara di svolgesse nella Cattedrale di Meaux, nelle mani del vescovo Gondoaldo. Correva l’anno 614. Certamente fu rispettata la liturgia del doppio rituale di vestizione, articolato secondo l’uso di quel tempo in due fasi: la professione monastica, che rappresentava la rinuncia al mondo con i segni esteriori della tonsura che separa dalle vanità del mondo, della lettura di un chirographum o carta di professione, dello scambio degli ornamenti del mondo con il vestito di lana grossolana: nella fattispecie la cocolla bianca di Luxeuil; la velatio, o imposizione del velo, segno di consacrazione delle Vergini risalente ai primordi della Cristianità.
Insieme con alcune fanciulle nobili del vicinato e alcune parenti fondò un’oasi presso Champeaux, in una villa di proprietà, alternando preghiere e penitenze, in un vero ritiro claustrale. Jacque Bossuet, vescovo di Meaux nel XVII sec., scrisse di lei: “non avrebbe voluto esser vista, né vedere”. Un gran numero di persone si aggregarono a lei, abbracciando il suo genere di vita. La Delsart riferisce come sino al secolo XIX fossero visibili in Champeaux la casa in cui visse Santa Fara e una croce detta il Calvario di Santa Fara. Si tratta certamente della casa in cui ella visse in ritiro nel periodo antecedente la costruzione del monastero ad Eboriac.
Eboriac diviene Faremoutiers: Cagnerico, volendo riscattarsi dalla sua condotta, offrì una parte del suo feudo perché vi sorgesse un monastero. La costruzione del complesso monastico, della quale furono incaricati i monaci di Luxeil, che impiegarono il legno disponibile in gran copia nelle vicine foreste, terminò nell’anno 627: sorgeva su una collina, tra i due fiumi Gran-Morin e Aubetin, irrorata da abbondanti sorgenti, proprio in prossimità della via romana che congiungeva Sens a Boulogne-sur-Mer, varcando il Gran Morin con un guado o, presumibilmente, con un ponte. Tale collina fungeva da cinta naturale e i campi, per la favorevole esposizione, già dovevano prestarsi alla coltura del grano. Eboriac ha una probabile radice nel latino ebur: avorio. Il toponimo la designava, dunque, come la “collina d’avorio”: Eboriacum o Evoriacum. Il celebre libro di Giona di Bobbio sul monastero di Fara avrà per titolo, infatti: “Miracula evoriacensia”.
Le costruzioni, in realtà, furono duplici. Non distante dal monastero voluto da Fara ne sorse un altro per monaci, che attendessero al culto e ai lavori pesanti, secondo una consuetudine diffusa nel Medioevo. Al monastero femminile si affiancò così la chiesa di “Notre-Dame et Saint Pierre”, a quello maschile la chiesa di “Santo Stefano”. Mabillon sostiene a buona ragione, che la chiesa parrocchiale di San Sulpicio in Faremoutiers, sia sorta nel XII secolo proprio sulle rovine della preesistente chiesa di Santo Stefano.Al termine dei due anni di lavori, Fara prese possesso del complesso a capo di un gran numero di vergini, proprio come aveva visto anni prima nel suo sogno. Cagnerico arricchì poi ulteriormente la donazione. Il monastero da allora prese il nome di Faremoutiers (monastero di Fara o di Eboriac: il percorso etimologico proposto sarebbe: Farae monasterium, Fare-monstier, Faremoutiers). La chiesa fu dedicata alla Vergine e a S. Pietro Apostolo. Su indicazione di Cagnoaldo, fratello di Burgundofara, le suore si dettero la regola di Colombano sotto la direzione di Fara. La liturgia adoperata fu dunque quella di ispirazione irlandese, così come era stata importata dal Santo irlandese. Cagnoaldo e Walbert – anch’esso santo – furono incaricati della formazione delle monache di Faremoutiers.
La regola di Colombano si caratterizzava per il suo rigore; prescriveva disciplina, umiltà, pazienza, silenzio, mansuetudine, lavoro, digiuno, mortificazioni corporali, veglie notturne di preghiera. In questo periodo, a seguito dei dialoghi tra Fara e il suo fratello Farone, questi si convertì e manifestò i suoi mutamenti presso la corte del re Clotario che lo proteggeva. Tale incontro venne poi effigiato da Rabel per la Vie de Saincte Fare di Padre Robert Regnault. A tale incisione, che riportiamo di fianco, si ispirarono gli artisti che hanno rappresentato Fara e le sue opere nei secoli successivi. La sua conversione, poi, lo condusse alla deliberazione di entrare in monastero. La stessa decisione fu presa da sua moglie Blichedilde. Nel 627/28, alla morte del vescovo Gondoaldo, che aveva sempre promosso l’operato dell’abbadessa Fara, il ruolo di vescovo di Meaux fu assunto da Farone. Un’ulteriore prova per lei fu la morte dell’abate Eustasio, maestro e confidente.
La grande fioritura spirituale di Eboriac (ormai Faremoutiers) spinse la Chiesa del tempo a invitare Fara a fondare altri centri di vita contemplativa. Obbedendo a tale invito, Fara inviò delle monache a Champeaux, nella Brie, dove aveva trascorso i primi giorni. Lì fu fondata una chiesa in onore di S. Martino. Di tale fondazione si rintracciano notizie nelle fonti storiche dal 700 d. C.
L’eretico Agrestius: Un episodio degno di nota è certo quello del monaco Agrestius di Luxeil, cresciuto con gli insegnamenti di Colombano, ma poi traviato da certe eresie scismatiche di stampo nestoriano. Egli era stato notaio del re Thierry.
Egli, pur non essendo assolutamente preparato e, forse, dotato, si volle dare alla predicazione. Dopo qualche resistenza, Eustasio, si vide costretto a lasciarlo andare via dal monastero. Raggiunse allora la Baviera e ad Aquileia fu coinvolto dalle tendenze eretiche cui accennavamo. Tornò a Luxeil e provò, con accesi dibattiti a coinvolgere proprio Eustasio, suo maestro. Vistosi respinto, si recò a Ginevra, dove poteva contare sull’appoggio di un parente vescovo, Abellenus. Riprese la sua predicazione tentando di influenzare il re Clotario. Il re, allora, indisse Concilio a Macon nel 626. Gli scismatici attaccarono proprio Colombano e i suoi insegnamenti. Eustasio confutò i rilievi mossi alla regola e condannò in pubblico Agrestius, il quale, fingendo di pentirsi all’istante, si allontanò dal Concilio ma si recò altrove per fare proseliti, riuscendo ad allignare persino a Luxeil, portando via qualche monaco.
Nelle sue peregrinazioni toccò anche Faremoutiers. Qui, sebbene fossero presenti monaci e monache nei due complessi tanto vicini tra loro, la dignità abbaziale era già tutta nelle mani della giovane Burgundofara, a dispetto dell’età ma certo a riprova di un carattere forte e di una preparazione teologica salda. Essa, pur avendo al proprio cospetto un monaco ben più anziano di lei, non si perse d’animo e rispose col tono giusto, stando a quanto riporta Giona di Bobbio nella sua “vita Sancti Eustasi”: “Sei tu venuto qui a spargere veleno sul miele e cambiare gli elementi di vita in amarezza mortale? Tu cerchi di disprezzare quello [Colombano, ndr] di cui personalmente hai conosciuto le virtù, dal quale ho ricevuto la salutare dottrina di Cristo, ed il cui insegnamento ha portato un gran numero di anime nella patria celeste”. Giungendo infine a citare Isaia 5,20: “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene”, e “allontanati, fuggi e abbandona rapidamente questa follia“. Effettivamente Agrestius e i suoi monaci si dispersero bene presto con i loro propositi, finendo per lo più in modo inglorioso o violento.
L’episodio del dialogo in cui Fara censurò il comportamento e le tendenze eretiche di Agrestius le conquistò una grande stima. Forse anche per questo nel celebre epitaffio tramandato dal Mabillon – che di seguito riportiamo – Fara viene definita, appunto un faro lucente.
Eustasio morì nel 629. Gli successe Walbert. Cagnoaldo era ormai vescovo, da prima del 627, a Laon.
Il Testamento di Fara: Nel 627 Fara redasse un testamento. In quel tempo ella doveva avere circa 27 anni e la cosa può sembrare strana. In più diversi storici hanno dubitato sull’attendiblità del documento a causa dei ricorrenti riferimenti, attraverso il testo, all’attesa della morte e al giudizio universale. In realtà altri storici hanno fatto rilevare come questi due temi siano sempre stati a fondamento della formazione dei monaci, anche giovani. Quanto alla necessità di far testamento in giovane età occorre fare qualche riflessione, che cercheremo di schematizzare in modo opportuno:
• Fara si era ammalata due volte in modo molto grave, lasciando temere la sua morte come uno scenario non inverosimile. L’episodio della monaca Gibitrude, che verrà illustrato in seguito, può essere iluminante;
• Il padre Cagnerico era deceduto poco tempo prima, lasciando alla figlia la parte di eredità che le spettava e che, nelle sue intenzioni originarie, doveva costituire la sua dote di contessa. Poichè tale quota ereditaria doveva confliggere con il voto di povertà monastico, dovette rendersi necessaria una redazione delle ultime volontà in modo da attribuire le prorpietà all’Ordine.
Tuttavia non è assolutamente da escludere che, ferma restando l’autenticità dell’atto, se ne possa mettere in discussione l’originalità: può trattarsi di una riscrittura tardiva (XI sec.) di un originale più antico oggi non più disponibile.
Le funzioni del Monastero: Nel Medioevo non si disponeva di una agevole rete di strade per spostarsi da una città all’altra. I monasteri spesso fungevano da foresterie per accogliere temporaneamente i viandanti. Erano l’”asilo di tutte le miserie, centro caritatevole di tutto il paese. In foresteria ci si occupava degli ospiti, ma più spesso i monasteri accoglievano malati e fanciulli da educare. È assai probabile che, in quell’epoca, non essendo in uso la grata, segno di separazione claustrale, vi fossero monache addette personalmente a ciascuna delle mansioni anzidette. In più, il monastero svolgeva una considerevole funzione sul piano sociale. Le terre confinanti, spesso parte dei donativi che consentivano di edificare i monasteri, attraevano lavoratori, servi, schiavi e coloni, ai quali i monaci insegnavano a dissodare la terra nonché a coltivarla. In cambio del lavoro e di parte dei prodotti, la Chiesa offriva lavoro, aiuto e protezione, necessaria in quei tempi in cui impazzava il brigantaggio e l’aggregazione era l’unico rifugio. Il Testamento di Fara del 26 Ottobre 627 fa esplicito riferimento alle categorie degli schiavi e dei coloni. Fu volontà della Santa che i primi fossero liberati alla sua morte senza perdere il lavoro.
La funzione per cui Faremoutiers si distinse fu l’educazione fu l’educazione delle giovani donne, anche venute da lontano, dei fanciulli, nonché la cura degli ammalati. Fara ebbe un ruolo nella direzione spirituale di diverse nobildonne del tempo: la regina Batilide, che si recava spesso da Fara, Sedrida ed Edilburga, figlie del primo re degli anglosassoni che vestirono l’abito monastico, sotto Fara. Queste ultime, nell’ordine, successero proprio a Fara, nel ruolo di guida del monastero. Tali notizie ci sono state tramandate da S. Beda, che chiama Fara “Abbatissa nobilissima vocabulo Farae“.
“Padre Carcat, narra che un giorno, in tempo di carestia, venuto a mancare il pane per la comunità, l’economa si rivolse alla buona madre abbadessa. Fara, fiduciosa nella Provvidenza, ordinò alle suore di elevare preghiere. Intanto il fratello Farone, per speciale illuminazione divina, essendo venuto a conoscenza delle necessità in cui versava il monastero, inviò due carri di grano con l’impegno da parte di coloro che guidavano il convoglio, di trovarsi al monastero la mattina seguente e di offrire il dono, raccomandando la sua persona alle preghiere delle religiose.”
Fu generosa verso gli affamati della carestia; viene proclamata soccorso degli infelici e madre dei poveri”.
Fara benedettina: Gradualmente i monaci di tutta Europa, cominciarono ad assumere la Regola di San Benedetto, come base nella vita di monastero, anche dietro indicazione del papa Gregorio Magno, il quale era benedettino egli stesso, che ne aveva sancito la superiorità “per discernimento” rispetto a tutte le altre. Ad esempio, la Regola di S. Colombano, che aveva premura di formare il monaco individualmente, presentava carenze per quanto concerneva la conduzione dei monasteri, ambito nel quale eccelleva, invece, la Regola benedettina. Essa consisteva in un’applicazione dei comandamenti e consigli evangelici: “Chiunque tu sia, rinunciando alla tua volontà, prendi per combattere, sotto il segno di Cirsto Signore e Re, le forti e gloriose armi dell’obbedienza”. Questa, assieme alle prescrizioni di non possedere “assolutamente nulla, nemmeno il duo proprio corpo o la sua volontà”, ed “amare la castità”, rappresentavano i tre voti di obbedienza, povertà, castità. Benedetto definisce i tempi del Divino Ufficio, ossia della preghiera quotidiana che il monaco deve rivolgere a Dio sette volte nell’arco dell’intero giorno (mattutino, oggi detto laudi, prima, terza, sesta, nona, vespri, compieta), come dice il Salmo 118: “Sette volte al giorno io canterò la tua lode”. La Regola divide il tempo del monaco tra le due attività del monaco: il lavoro e la preghiera ed attribuisce una notevole discrezionalità all’Abate: egli deve “mitigare le cose in tal modo che i più forti desiderino di fare di più, e che i più deboli non siano scoraggiati”. Ma una novità sostanziale rispetto alla regola di Colombano consiste nell’essere una regola non penitenziale. Benchè prevista, la mortificazione ne costituisce un mezzo, non lo scopo. L’Abate può avvalersi della collaborazione di un certo numero di figure: il priore, il decano, il celleriere, il maestro dei novizi.
La Medaglia del Santo Padre Benedetto, simbolo dell’Ordine benedettino
C.S.P.B. – Crux Sancti Patris Benedicti – La Croce del Santo Padre Benedetto
C.S.S.M.L. – Crux Sacra sit mihi lux – La Croce santa sia la mia luce
N.D.S.M.D. – Non draco sit mihi dux! – Non sia il demonio il mio capo
V.R.S. – Vade retro, Satana! – Allontanati, Satana!
N.S.M.V. – Numquam suade mihi vana – Non mi attirare alle vanità
S.M.Q.L. – Sunt mala quae libas – Sono cattive le tue bevande
I.V.B. – Ipse venena bibas – Bevi tu stesso i tuoi veleni.
I monasteri di Fara accolsero presto la regola benedettina, anche se le fonti storiche illustrano come il passaggio non sia stato immediato, bensì graduale: è certo che a Luxeil, sotto la guida di San Walbert, vi sia stata fusione tra le due regole di Colombano e Benedetto, la qual cosa lascia supporre che un fatto analogo sia avvenuto a Faremoutiers, che da quello dipendeva direttamente. Nell’VIII secolo la Regola di Colombano cadde in disuso.
Miracula Evoriacensia – i miracoli di Eboriac: Attraverso l’opera del monaco Giona di Bobbio, testimone degli eventi connessi alla fondazione e la crescita del monastero di Fara, ci è pervenuta la gran parte delle informazioni coeve in nostro possesso. In particolare, il testo intitolato “Miracula Evoriacensia” narra, con dovizia di particolari, i miracoli avvenuti nel monastero, prima e dopo la morte di Fara. Ne citiamo alcuni, riportati anche nel volume della Delsart, presente in bibliografia. Si tratta di una serie di eventi miracolosi connessi con le vicende terrene di sante e monache vissute intorno a Fara; il tramandarsi della memoria di queste vite esemplari aveva un evidente fine storico ma soprattutto didascalico.
La monaca Sisetrude ebbe il privilegio di conoscere tramite gli angeli la data della propria morte con quaranta giorni di anticipo. Al momento della morte, alla quale Sisetrude pervenne perfettamente preparata, anche le altre monche, con a capo la madre Fara, udirono cori angelici.
Non meno significativo l’esempio di Gibitrude. All’origine della sua esperienza religiosa ci furono diversi ostacoli opposti da persone che la circondavano: la nutrice e la madre. Entrambe furono colpite improvvisamente da mali inspiegabili, dai quali furono liberate solo dopo che la futura santa si impegnò ad impetrare la loro guarigione presso Dio dietro promessa di esser lasciata libera di seguire la propria vocazione. Accadde poi che la Madre abbadessa Fara si ammalasse di febbri molto forti, che ne mettevano a serio rischio la sopravvivenza. Gibitrude chiese allora di morire al suo posto con un voto assai coraggioso. In risposta alle sue insistenti richieste udì una voce dall’alto: “Va’ serva di Cristo, tu hai ottenuto ciò che domandavi. Ella [Fara, ndr] continuerà a dimorare tra i vivi, e tu sarai sciolta prima di lei dalle catene della terra”. Fu portata in cielo ma subito ricondotta in terra al fine di consentirle di appianare eventuali contrasti che ella potesse avere con qualche consorella permettendole, al momento del trapasso, di accedere direttamente al Regno di Dio. Avvenne infatti che ella predisse il giorno e l’ora della propria morte, avvenuta a causa di febbri sei mesi dopo gli eventi descritti. Durante la celebrazione del trigesimo nella Chiesa si sparse un odore soave per tutta la chiesa e tutte le monache lo percepirono.
La monaca Ercantrude aveva infranto la Regola e per punizione il giorno dopo non avrebbe potuto assumere le Sacre Specie per ordine di Fara. Ella si addolorò tantissimo per tale restrizione anche perché il giorno appresso si celebrava la festa di San Martino. Stette tutta la notte vegliando in preghiera per implorare il perdono e lo ottenne dallo stesso Gesù che le ordinò di riferire a Fara di averla perdonata egli stesso. La Madre, dotata evidentemente di un discernimento adeguato, cancellò la punizione deliberata.
La monaca Blitilide era in fin di vita. Chiese allora che si accendesse un lume affinché la sua cella fosse illuminata durante le ore notturne. Il lume fu riempito con acqua e olio. Giona riferisce che la suora rimase sola tutta la notte. La mattina dopo la monaca che aveva riempito il lume, dovendolo spegnere, vi trovò olio e latte. Ne fu sorpresa perché a quanto pare tale bevanda non era adoperata nel Monastero in quel momento preciso. Fu interpellata la Madre Fara, la quale ordinò che olio e latte fossero divisi. Quando la parte di latte fu rimossa l’olio cominciò a crescere finendo col traboccare. Fara e gli altri testimoni – Walbert e Farone – interpretarono il segno come il passaggio di Cristo dalla cella della monaca durante la notte per additarne la santità. L’olio venne raccolto e trasportato devotamente in sacrestia. Giona riferisce che diversi miracoli furono operati da Fara per mezzo di tale unguento di origine soprannaturale.
La morte di Fara: Morì il giorno 7 dicembre del 658 (Altri credono che la morte sia avvenuta il 3 aprile del 655, ma la data assegnata per la sua festa, indicata anche dal Martirologio romano, è quella del 7 dicembre). Le sue esequie, curate dal fratello Farone, furono solenni, tanto che vi intervenne il vescovo di Parigi. Fara fu sepolta in una tomba di pietra, fatta preparare da lei stessa. Dopo quarant’anni fu fatta la ricognizione del suo corpo, alla presenza di molti fedeli e vari vescovi. Le sue reliquie furono deposte in un ricco reliquiario. La devozione verso la Santa andò diffondendosi sempre più e molti miracoli furono operati per sua intercessione. Sulla sua tomba si leggevano queste espressioni di lode:
“L’illustre vergine Fara
fu luce di virtù, faro di pudore.
Nata dai Burgundi,
ella brillò in vita e brilla dopo morte.
Fu l’aiuto degli zoppi, luce ai ciechi,
soccorso ai bisognosi, la madre dei poveri.
Alle vergini fu faro lucente
con la mente col pudore con la fede.
In vita illuminò gli ignoranti,
morta, insegna come si sale al cielo”.