“Ci sarebbe da fare un ben grosso volume, volendo descrivere
tutti i miracoli che Dio opera giornalmente per i meriti della
sua Santa.Per questo noi ci siamo contentati del poco
che abbiamo detto, lasciando indovinare la stoffa
dal campione: io spero che la posterità riconoscerà
piuttosto la grandezza di questa Santa ammirevole,
sia per gli effetti che per la lettura,
perchè Dio continua senza interruzione
e meraviglie che ha comninciate”
Padre Carcat, XVII secolo
Quarant’anni dopo la morte, le reliquie di Fara furono oggetto di una gran discussione: la scelta del reliquiario era molto contestata in quel periodo, in quanto diffusasi da poco tale usanza. Per porre termine alla discussione, il Vescovo Maieul, in pubblico, decise di lasciarsi guidare dal primo brano biblico che gli fosse capitato di leggere, adoperando le Scritture come una sorta di oracolo. All’apertura del libro trovò infatti II Tim 2, 20-21 “In una casa grande però non vi sono soltanto vasi d’oro e d’argento, ma anche di legno e di coccio; alcuni sono destinati ad usi nobili, altri per usi più spregevoli”; la scelta del reliquiario incontrò infine l’unanime consenso.
La diffusione del culto: Il culto di Fara si diffuse a partire dai primi anni del secolo VIII, meno di 50 anni dopo la sua morte. Tuttavia, come abbiamo già riferito, nel 700 Beda la definisce ancora abbadessa. Il primo documento che attesti storicamente la riconosciuta santità di Fara risale al IX secolo: si tratta del martirologio di Usuardo.
Dopo la traslazione delle reliquie, il culto di Santa Fara si diffuse moltissimo. Per sua intercessione furono operati prodigi che spinsero moltissimi, nella Brie e in province vicine, in pellegrinaggio presso il suo monastero. Nell’ 840 era abbadessa Rothilide o Rotrude, figlia di Carlomagno. Ebbe in dono dal padre una reliquia della Croce, conservata in un reliquiario d’argento dorato; da allora, fino al 1600, questo prezioso oggetto fu portato in processione. Nell’843 Carlo il Calvo concesse al monastero il priviliegio dell’immunità, ma l’atto pare richiamarne altri più antichi, visto che ogni nuovo re ne firmava uno. Forse tale privilegio risale a Clotario, data l’influenza di Farone sul re.
La prima opera su Santa Fara fu scritta da Giona di Bobbio nell’anno 865, su commissione dell’abbadessa Bertrada, nipote di Carlo il Calvo. Per antica tradizione il re avocava a sè il diritto di nomina delle abbadesse. In questo secolo l’interesse dei pellegrini verso Fara e le sue reliquie si era accresciuto notevolmente a seguito dei numerosi miracoli avvenuti in presenza delle sante reliquie, esposte in particolari occasioni. Faremoutiers fu sede di sinodi vescovili, divenne santuario e meta di incessanti pellegrinaggi. Le reliquie furono occultate all’epoca dell’invasione normanna, per poi ricomparire nel secolo dodicesimo. In tale circostanza la Santa riappare con l’appellativo di Taumaturga.
La prima distruzione del monastero: Nel 1141 il monastero e la chiesa di Santa Fara furono distrutti da un incendio doloso. Le monache allora, per raccogliere la somma sufficiente per la ricostruzione, portarono le reliquie di Santa Fara e la reliquia del capo di S. Agnese attraverso le città del regno. Le cronache narrano i vari miracoli avvenuti durante tale itinerario delle reliquie, in particolare quando sostarono nella basilica di San Martino.
Una giovane donna camminava curva a causa di una frattura. Avendo saputo dell’arrivo delle reliquie, andò in basilica e cominciò a pregare fino ad addormentarsi. Sognò una colomba bianca che le diceva di alzarsi in quanto era stata guarita proprio da S. Fara, S. Agnese, e S. Martino. Il miracolo era effettivamente compiuto, con meraviglia di tutti i presenti.
Un’altra fanciulla, completamente cieca, riebbe la vista al solo tocco delle reliquie. Con le abbondanti offerte raccolte, le figlie spirituali di Fara, poterono ricostruire chiesa e monastero.
Un fanciullo di 13 anni, costretto a reggersi sulle braccia per gravi problemi agli arti inferiori, si stese sotto le reliquie. Il corpo ne fu raddrizzato e guarito. Il fanciullo si diresse verso l’altare di San Martino per ringraziare.
Un uomo di nome Martino, costretto a camminare col bastone, viene guarito da San Martino e due sante monache, identificate poi con Fara ed Agnese.
Già nel 1145 le monache avevano raccolto offerte sufficienti per ricostruire sia la Chiesa che l’Abbazia, così come dovevano apparire ai tempi di Santa Fara.
Nel corso del XIII secolo nel monastero di Faremoutiers c’era una “camera dei miracoli”. Un breviario del tempo la cita in un inno, tuttavia non abbiamo altre notizie in merito.
Negli anni compresi tra il 1510 e il 1520 l’abbadessa Marie Cornu pose le reliquie in un reliquiario artistico in argento.
Nell’aprile del 1586 Carlo IX istituì a Faremoutiers due fiere l’anno, delle quali una doveva svolgersi nel giorno della festa di Santa Fara, il 7 Dicembre.
Primo incontro con la famiglia cappuccina: Il padre Ilarione, cappuccino e superiore del convento di Coulombiers, che era stato incaricato di portare a Parigi le reliquie per preparare un secondo reliquiario, vide compiersi due miracoli, sotto i suoi occhi: del primo beneficiò un frate cappuccino, del secondo, Giovanna Houreau, figlia del consigliere del re, che fu guarita da un male gravissimo.
Il fabbro Antonio Brichot, aveva una gamba coperta di piaghe e giaceva immobilizzato nel letto da otto anni. Gli specialisti di Parigi, interpellati, avevano proposto l’amputazione. Quando seppe dei miracoli operati dalle reliquie di Fara, chiese a sua moglie di recarsi al monastero per pregare. P. Carcat riporta la preghiera che il fabbro aveva rivolto a Dio perchè lo ascoltasse: “Mio Dio, mio Signore e mio buon Padre, io spero che Tu mi farai misericordia per l’amore della Tua Santa Vergine, la gloriosa Santa Fara”. Ella non era ancora giunta presso tale luogo, che il marito era guarito. Questi, per la gratitudine, si recò a piedi al monastero. Era il giorno della traslazione delle reliquie di S. Fara, 10 Maggio 1625. Nel 1644 il papa Alessandro VII, istituì la Confraternita di S. Fara. Urbano VIII e Clemente X aggiunsero privilegi a coloro che visitassero la chiesa nel giorno di S. Fara.
Giacomo Le Bigot, guardiano del convento francescano di Orleans, giaceva ridotto agli estremi e abbandonato dai medici. Si raccomandò a Santa Fara, bevve un cucchiaio di vino nel quale fu disciolto “un po’ della santa polvere” e si trovò istantaneamente guarito.
Margherita Pelè, 28 anni, di Montgrosle, malata, si recò a Faremoutiers per la novena a Santa Fara, e guarì. Disse: “Io sono venuta qui molto afflitta e triste, me ne vado rallegrata e contenta”.
Maria Boivin di La Celle, 32 anni, portò il figlio di 18 mesi al Monastero. Il bimbo era affetto da una grave malattia: aveva il corpo interamente ricoperto di pustole che addirittura gli impedivano di riaprire gli occhi. La mamma, piena di fede nella potenza della Santa Taumaturga, andava ripetendo a voce alta: “Figlio mio, io ti porterò di sì buon grado dalla bella Signora, ch’ella avrà pietà di te e ti farà del bene”.
Gli studiosi hanno riconosciuto un superiore pregio storico all’opera del padre Carcat rispetto a quella del Padre Regnault, apparsa per la prima volta nel 1626 con dedica a Madame Francoise de la Châtre, abbadessa. Tuttavia quast’ultima opera si distinse per la ricchezza ineguagliabile di incisioni che contiene.
Nel 1600 il monastero crebbe sotto la guida sicura dell’abbadessa Madame Francoise de la Châtre che tenne il pastorale per 40 anni. Si trattò, in realtà, di un periodo in cui la vita religiosa rifiorì in Francia. La nuova abbadessa dette il via ad un ripristino sia dei costumi che delle strutture antiche del monastero, terminando i lavori di ristrutturazione nel 1607. In questo periodo il ruolo di priora era tenuto da Loise Trottin de la Chetardie, che curò una “Vita di Santa Fara”, che si basò sulle antiche carte consultate nel tesoro dell’Abbazia. L’opera fu pubblicata a Parigi nel 1609. Ma il nuovo impulso alla vita monastica di Faremoutiers dato dall’abbadessa Madame de la Châtre fece sì da meritare all’abbazia il titolo di “Santa”.
Il 12 Novembre del 1607 fu fatto “l’attestato di molte persone notabili della guarigione miracolosa di un notabile di Parigi, operatosi per l’intercessione di Santa Fara, le cui Reliquie erano state immerse nell’acqua che poi il malato aveva bevuto con fede”.
Un episodio, narrato da Padre Carcat nella sua “vita di S. Fara”, degno di nota, risale all’estate del 1622: Luigi XIII era allora in guerra contro i protestanti. Su consiglio del Vescovo di Meaux, Madame de la Châtre occultò i reliquiari e gli oggetti liturgici per evitarne la profanazione. Un esercito composto da fedeli di sette eretiche provenienti dalla Germania e di Turchi avanzava svelto verso Parigi e minacciava Faremoutiers. Tuttavia, prima di portarli a Parigi, quando l’esercito era a circa 100 km dall’Abbazia, l’abbadessa aprì il reliquiario e pregò con tutte le suore al cospetto delle reliquie. Ben ispirata, ella volle in presenza dei sacri resti tutte le consorelle, soprattutto quelle inferme. Suor Charlotte Le Bret, figlia del tesoriere di Francia, era divenuta cieca a causa di un’infezione. Era quasi cieca sin da bambina. Addirittura provava dolori acuti alle pupille e ormai era inferma anche nel corpo. Dopo aver avvicinato le reliquie alle palpebre, con suo immenso stupore, i suoi occhi si riaprirono e, alla presenza di tutte le sorelle, esclamò: “Io vedo! Io vedo!”. Era da così tanto tempo che ella non vedeva che, addirittura, oltre a non conoscere i luoghi del monastero, ella per lungo tempo fece fatica ad abbinare i cibi alle immagini che ora le si proponevano innanzi. Suor Charlotte divenne poi priora nella Diocesi di Sens.
Questo miracolo della Santa Taumaturga impressionò moltissimo Madame de la Châtre, tanto che decise di commissionare una stampa ai padri agostiniani, che esaltasse e ponesse in luce il culto, la vita, i miracoli di Santa Fara. Padre Carlo Maltat fu incaricato di disegnare la stampa (su rame, di dimensioni 0.27×0.18 m) che è divenuta il modello anche per l’artista Antonio Lanave, la cui opera è conservata a Bari. La stampa fu incisa sul rame col bulino da Jean Messager. Il professor Babudri, studioso al quale si devono le ricerche sulle preghiere e i distici latini dedicati a Santa Fara, rilevò, a proposito dell’opera di Maltat, come “i panneggiamenti delle vesti della Santa hanno quella fluidità così cara agli artisti seicenteschi del Barocco”.
Nell’opera di Maltat ci sono i tratti significativi che costituiranno un paradigma nell’iconografia successiva di Santa Fara: 1. l’effigie centrale con libro nella destra nel quale sono riportati i versetti del salmo CXXV e pastorale con spighe nella sinistra; 2. gli 11 riquadri tutt’intorno, che riprendono i miracoli e gli episodi principali della vita, 3. la centralità del miracolo di Suor Le Bret, a cui assistette proprio la committente dell’opera, l’abbadessa Madame de la Châtre. In questa edizione poi, nella parte centrale alta, vengono rappresentati affiancati il simbolo dell’abbazia di Faremoutiers e quello della famiglia della abbadessa.
Un ulteriore dato di particolare interesse: Maltat, pur disegnando Santa Fara in abiti benedettini, le pone indosso una cappa da viaggio di foggia tipicamente agostiniana, non sappiamo se per distrazione o per “firmare” in qualche modo l’opera. Nei secoli successivi questo particolare dette adito a qualche dubbio sulla vita della Santa, dato che alcuni storici volevano attribuire l’appartenenza agostiniana anziché benedettina di Fara. Si trattò certo di una ulteriore nota di merito per la Santa, un segno tangibile dell’affetto dei devoti di ogni famiglia religiosa.
L’opera di Maltat è stata sempre riconosciuta per il suo pregio sul piano artistico e religioso. Anche per questo fu sempre ripresa come modello.
Altri miracoli della Santa “Taumaturga”: Suor Claudia Aleaume, cinquantenne, aveva perso la voce e, la riebbe bevendo dell’acqua in cui aveva fatto sciogliere della polvere presa dal sepolcro di Fara.
Suor Caterina De Fobois, di ventitre anni, vide sparire la paralisi al proprio braccio, al solo tocco delle reliquie. Fu guarita fino al punto di potersi occupare del suono della campana.
Il 2 Maggio 1681 Jacque Benigne Bossuet fu nominato Vescovo di Meaux, che stimolò gli studi su Santa Fara e valorizzò il secolare monastero di Faremoutiers.
Padre Regnault, nella sua opera su Santa Fara edita nel 1626, cita una lunga serie di miracoli e guarigioni operate per mezzo dell’intercessione della Santa delle Spighe.
Un fanciullo di 8 anni, figlio di Francesco de Remon, signore di Mondene, gran prevosto di Francia, fu guarito da un male agli occhi. Per riconoscenza il padre donò due occhi d’oro che furono appesi al capo d’argento del reliquiario della Santa.
Nel 1664 il Papa Alessandro VII concesse con Bolla l’istituzione di una Confraternita di Santa Fara su richiesta dell’Abbadessa Giovanna de Plas. Nel 1666 il Papa, con un Breve del 6 Ottobre, concesse “indulgenza in perpetuo ai confratelli e alle consorelle della Confraternita”.
Papa Urbano VIII nel 1642 aveva già pubblicato un Breve che concedeva “indulgenza plenaria per 7 anni in favore di quelli che, ben confessati e comunicati, visiteranno la Chiesa di Faremoutiers” nel giorno di Santa Fara.
Nel 1688 si registrò un ulteriore miracolo a vantaggio di un fittavolo guarito dalla completa cecità come testimoniò l’abbadessa del tempo, M.me de Beringhen.
La seconda distruzione del complesso monastico: Uno dei momenti più travagliati per la vita del monastero di Fara, come per tutte le case di preghiera d’Europa, fu la Rivoluzione Francese. L’età dei Lumi, così almeno viene illustrata nelle scuole, si pregiò di distruzioni e privazioni della libertà individuale, oltre che di sanguinosi eccidi. In quel periodo il pastorale era retto da Claudia de Durfort, abbadessa dal 1775. Nel 1790, e per la precisione il 27 Marzo, ella si rivolse invano al Presidente del Comitato Ecclesiastico dell’Assemblea Nazionale, nella persona di Monsieur Treillard, con una lettera che aveva questo tono: “Faremoutiers è la più antica comunità della Brie…un monumento fondato da oltre 12 secoli, che i miracoli dell’illustre Fondatrice han reso celebre anche oltre i confini della Regione…Degnatevi di aiutarci e di farVi nostro protettore…I nostri voti si limitano a chiedere di poter rimanere nel Monastero e vivere nella religiosità”. Le monache dovettero comunque abbandonare il monastero. L’abbadessa de Durfort portò con sé le reliquie, per evitare la profanazione completa.
Nel Settembre 1790 fu eseguito l’inventario dei beni custoditi nell’abbazia. Nel 1792 il triste epilogo con l’esproprio e l’abbandono del complesso da parte delle 44 monache. Il monastero fu utilizzato come carcere, come acquartieramento dei soldati, come fabbrica per la produzione del salnitro per polveri da sparo e, infine, demolito. A coronare questo furore, Faremoutiers vide mutato il proprio nome in Mont Egalitè.
L’abbadessa de Durfort aveva custodito le Reliquie in un medaglione che portò al collo fino alla morte. Solo allora esse sarebbero state consegnate al Vescovo di Meaux, che le espose nella chiesa parrocchiale di S. Sulpicio proprio a Faremoutiers. Intorno alle Reliquie il culto non si sarebbe spento. Già nel 1816, 21 anziane monache sopravvissute al periodo rivoluzionario scrissero al re Luigi XVIII, chiedendogli di potersi riunire a Faremoutiers. Ma per la ricostruzione si dovette attendere più di un secolo.
Nel 1931, per opera di alcune persone volenterose, si dette inizio ad una nuova fondazione del monastero dedicato a S. Fara. Il privilegio di porre la prima pietra e di benedire l’opera di costruzione, toccò a mons. Gaillard. Allo stesso modo della Santa, anch’egli dedicò il tempio alla Vergine Madre di Dio e a S. Pietro. Vi si insediarono le benedettine di Amillis il 14 Aprile 1931. Il 6 Maggio dello stesso anno, fece rientro al monastero la reliquia di S. Fara, salvata al tempo della Rivoluzione. Il mons. Lamy, vescovo di Meaux, benedisse l’abbazia, il 7 Dicembre del 1932, giorno della festa di S. Fara.